La finestra di tolleranza (e come sono uscito dalla mia)

Quando il trigger scatta, puoi scegliere di reagire o di agire

Ieri sono uscito dalla finestra di tolleranza.

Di nuovo.

Dopo anni di lavoro su me stesso, dopo migliaia di ore passate ad accompagnare altre persone in questo viaggio, dopo aver studiato, praticato, insegnato – ancora una volta, il trigger ha scattato.

E per qualche minuto ho perso il controllo.

Ti racconto cosa è successo. Non perché sia una storia edificante. Ma perché è quello che succede davvero quando lavori sulla consapevolezza. Nella vita vera.

Nei momenti di merda.

Lo scenario

Vortice di energia confusionaria e senza direzione.

Il CEO dell’azienda in cui stavo facendo consulenza, in balia di una crisi strutturale. Passa dalla prescrizione sommaria – con aspettative chiare solo nella sua testa (forse) – alla completa delega in bianco. Quella pericolosissima che ti lascia libero di fare, ma pronto a puntarti il dito al minimo errore insignificante.

Conosci questa dinamica?

Quel momento in cui qualcuno ti scarica addosso la propria ansia travestita da “fiducia”. E tu sei lì, con in mano una patata bollente che non hai chiesto, cercando di capire cosa diavolo vuole da te.

Quando è successo, sono uscito dalla finestra di tolleranza.

Cos’è la finestra di tolleranza (spiegata semplice)

La finestra di tolleranza è quella zona in cui il tuo sistema nervoso funziona bene.

Sei presente, lucido, capace di rispondere invece che reagire.

Quando esci da quella finestra, succedono due cose.

Iperattivazione: ti accendi. Incazzatura ingestibile, sangue che pulsa, mascella serrata, respiro corto. Lotta o fuga. Il corpo si prepara all’attacco o alla fuga. Il cervello razionale si spegne. Rimane solo l’istinto.

Ipoattivazione: ti spegni. Paralisi, mente annebbiata, nessuna voglia di agire. Congelamento. Il corpo collassa. La motivazione evapora. Rimane solo l’impotenza.

Io conosco bene questa danza. Prima mi accendo, poi mi spengo. È il mio schema consolidato da anni.

Ieri è successo di nuovo.

La danza che conosco troppo bene

Prima fase: iperattivazione.

Incazzatura immediata. Esternazione soffocata dal contesto e da un minimo di lucidità residua. Ho tenuto la bocca chiusa, ma dentro urlavo. Il corpo gridava “vaffanculo”, la testa cercava di tenerlo a bada.

Seconda fase: ipoattivazione.

Frustrazione crescente, poi il crollo. Paralisi totale. Spegnimento di ogni motiv-azione. Nessuna voglia di agire. La sensazione familiare di impotenza che si impossessa di tutto.

E lì, in quel momento, scatta la bugia più grande.

La bugia che ci raccontiamo

Non posso farci niente.”

“È così che sono fatto.”

“È colpa sua.”

Lo pensiamo tutti quando usciamo dalla finestra di tolleranza. Sembra vero. Sembra l’unica realtà possibile.

Ma è una bugia.

Viktor Frankl, nei campi di concentramento, aveva capito una cosa:

anche quando ti tolgono tutto, ti rimane sempre la libertà di scegliere come rispondere a quello che ti succede.

Se lui poteva, in quelle condizioni, forse possiamo anche noi nelle nostre piccole guerre quotidiane con il capo, con il partner, con noi stessi.

C’è sempre – sempre – la possibilità di prendere in mano la situazione.

Anche quando sembra impossibile.

Cosa ho fatto

Ho fatto una cosa che chiunque può fare, in qualsiasi momento.

Osservare senza giudizio.

Ho guardato la mia reazione da fuori. Ho visto l’incazzatura. Ho visto la paralisi. Ho visto il mio schema consolidato che si ripeteva come un disco rotto.

E non mi è piaciuto.

D’altronde, quando lavori sulla consapevolezza alzi il livello delle aspettative. E quando ti rendi conto che stai reagendo come il “te” di prima, brucia.

Ma lì ho aggiunto qualcosa di diverso: il perdono.

Verso le modalità del capo. Verso me stesso che avevo perso le staffe.

Niente giudizio.

Niente “dovrei essere migliore”.

Solo: “ok, è successo di nuovo. E ora?”

Il momento della svolta

Al ritorno dall’azienda ho acceso un mantra a tutto volume.

Mi sono ricentrato. Ho sorriso. Mi sono collegato ai miei valori, alla mia visione.

E ho ricordato una cosa fondamentale: questo evento ha a che fare solo con una piccola esperienza della mia vita.

È semplicemente uno dei modi che ho scelto per guadagnarmi da vivere. E per mettere in campo le cose importanti che ho da trasmettere.

Stamattina ho preso in mano il lavoro commissionato dal capo come se dovessi fare il meglio delle mie capacità.

E con la stessa semplicità ho fatto: cosa voleva lui, ma come ho deciso io.

Come mi sento ora

Connesso. Lucido. Aperto a tutto quello che succederà.

So per certo che questa è la mia migliore espressione. E l’unica cosa da fare è lasciarla scorrere.

Non ho controllato la situazione esterna. Non ho cambiato il capo. Non ho eliminato il trigger.

Ho semplicemente scelto una risposta diversa.

E questa è l’unica differenza che conta: quella tra reagire e agire.

La verità sulla consapevolezza

La consapevolezza non ti rende immune ai trigger.

Non ti trasforma in un monaco zen che sorride sereno mentre il mondo brucia.

Non elimina l’incazzatura, la frustrazione, la paralisi.

Ti dà qualcos’altro:


la possibilità di accorgerti quando esci dalla finestra di tolleranza.
E di scegliere come rientrare.

Io ieri sono uscito. Come mille altre volte. Come succederà ancora.

Ma questa volta sono rientrato in modo diverso.

Non perfetto. Non immediato. Non senza fatica.

Ma diverso.

E questo è tutto quello che serve.

Il potere che hai sempre avuto

Tu hai sempre il potere di osservare senza giudizio.

Di perdonare te stesso per essere umano.

Di riconnetterti ai tuoi valori quando tutto sembra andare a puttane.

Di scegliere come agire invece di subire come reagisci.

Non sempre ci riesci. Non sempre ti ricordi. Non sempre funziona al primo colpo.

Ma il potere c’è. Sempre.

Anche quando sei uscito dalla finestra di tolleranza.

Anche quando sembra impossibile.

Anche quando hai già perso le staffe.

Basta accorgersene. E scegliere.

Ieri l’ho fatto. Domani lo farò di nuovo. E probabilmente dopodomani sbaglierò ancora.

Ma questa è la pratica.

Non la perfezione. La pratica.

E tu, cosa hai fatto l’ultima volta che sei uscito dalla tua finestra di tolleranza?

Written by
Francesco Perticari

Il mio nome è Francesco Perticari e da molti anni cammino dentro le parole, le emozioni, i pensieri. Il mio lavoro – se così possiamo chiamarlo – è aiutare le persone a ritrovare chiarezza, centratura e direzione.
Lo faccio con gli strumenti del coaching, ma anche con linguaggio, introspezione, spiritualità e tanto ascolto.
Non amo le etichette, ma potrei definirlo coaching di consapevolezza oppure Anti-coaching.
Un accompagnamento gentile che non offre soluzioni pronte, ma crea spazio per far emergere ciò che c’è già: dentro.
? Perché “Entradentro”?
Perché credo che tutto parta da lì.
Non da fuori.
Non da ciò che ci accade.
Ma da come scegliamo di stare in ciò che accade.
Entradentro è nato come blog, ma è diventato un luogo, un’aspirazione di comunità, una direzione.
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In questo spazio condivido strumenti, riflessioni, percorsi e parole che ho raccolto in anni di studio, di pratica, di errori, di domande.
Non c’è nulla da insegnare, solo molto da ricordare.
? Formazione e approccio
Mi sono formato in ambito coaching, PNL, comunicazione, crescita personale con un approccio olistico e spirituale.
Studio da sempre il rapporto tra linguaggio, coscienza e cambiamento, e nei miei corsi integro elementi di neuroscienze, spiritualità, cultura filosofica e pragmatismo gentile.
L’approccio che propongo è:
• concreto, ma non meccanico
• spirituale, ma non religioso
• profondo, ma (spero) non pesante
? Se cerchi...
Un percorso che non ti prometta risultati magici, ma che ti accompagni davvero nella tua trasformazione, potremmo lavorare insieme.
Con il rispetto, il silenzio e la cura che ogni cammino autentico merita.

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