Oggi, il giorno dell’esame di maturità di Lia.
La cosa che la preoccupava di più non era l’esame. Era cosa mettersi.
Allora incomincia la sfilata alla ricerca di un giudizio sull’abbigliamento che un padre non sarà mai all’altezza di dare a una figlia di 19 anni.
L’esame passa, come tutte le cose della vita. Festeggiamenti. Spumante, sorrisi e applausi. Io un senso di orgoglio immeritato e innocentemente futile.
La foto di famiglia che mi fa capire di essere stato bravo e straordinariamente fortunato a vivere questo momento, insieme con tutta la famiglia. Anche oggi ho imparato la mia lezione.
Lia non ha mai fatto coaching con me. Non si è profeti in patria e tantomeno in famiglia.
Eppure tiene insieme i pezzi della sua vita – il triathlon, gli amici, lo studio, una storia – con una facilità che io, che la consapevolezza la insegno, non ho mai avuto.
Maturità viene da maturus, e prima di significare “pronto, adulto” significava una cosa sola: il frutto giunto al suo tempo. La pera che, dice il proverbio, “convien che caschi” – perché ogni cosa accade solo quando è il suo momento.
C’è la maturità come evento (l’esame, il traguardo, il salto) e c’è il maturare (il processo lento di un frutto, che nessuno può forzare).
Lia non è matura perché ha passato qualcosa. È matura perché è maturata. Se l’equilibrio è un frutto che matura al suo tempo, allora gran parte dell’industria del miglioramento – “spingi”, “esci dalla comfort zone”, “diventa la versione migliore di te” – fa l’opposto: forza il frutto acerbo.
Non parlo del coaching, parlo della sua caricatura industriale e modaiola.
Lia smonta tutto questo standoci semplicemente dentro.
Che stia qui il vero segreto della vita?
Starci, esserci, dirsi: “sì ci sono, ci sto!”.
Allora il coaching e lo sviluppo personale sono inutili? Non posso rispondere a questa domanda.
Ma posso scrivere quello che penso, ora.
In questo momento nella mia testa il coaching è molto simile alla raccolta della frutta. Quella preindustriale, dove il frutto veniva colto maturo. Per essere mangiato.
Lo si toccava delicatamente. Si tirava con dolcezza e una sapiente ma controllata dose di forza e, se si staccava dall’albero era pronto per essere preso e portato a tavola. Altrimenti rimaneva lì. Appeso in attesa di continuare a nutrirsi aspettando la maturità.
Il coach non fa nulla che abbia bisogno di essere forzato. Il coach agevola, accompagna, rispetta. Ma io non sono il coach di Lia.
Anche se mi piacerebbe esserlo, così venderei di più, venderei meglio. Sarebbe bello poter dire di aver contribuito alla costruzione di un carattere tanto determinato da essere saldo e mai ossessivo, come nello sport. Lei è priva di quell’agonismo opprimente che logora il fisico e la mente e se riportato nelle varie aree potrebbe logorare anche la vita.
Lei si allena e lo fa sul serio. È proprio perché le cose le fa con coscienza che il giorno dell’esame non pensa all’esame, pensa all’outfit. Non è incoerenza – è misura. Sa dove mettere il peso e dove la leggerezza.
La maturità è un salto verso l’età adulta – in un tempo in cui sempre meno adulti sembrano adulti. L’adolescenza che si allunga fino ai 25 anni e a volte oltre i cinquanta. L’infantilizzazione di cui parlano i sociologi, la giovinezza diventata non una stagione ma una scelta da abitare per sempre, anche alla mia età.
Il rovescio amaro: abbiamo adultizzato i bambini e infantilizzato gli adulti. E allora una ragazza davvero matura a 19 anni diventa, suo malgrado, un piccolo gesto controcorrente.
Ora guardo la foto di lei con i fiori in mano. Di noi uniti come una famiglia e penso che fino a pochi minuti fa non sapeva cosa mettersi, ma sapeva già chi era.
L’esame di maturità in fondo era solo una pera pronta ad essere colta. E io lì accanto nella foto ho solo osservato.
Che è l’unica cosa che un padre – e forse anche un coach – può davvero fare.
