C’è una sensazione che conosco bene. Non è dolore, non è paura. È qualcosa di più sottile e più pesante insieme.
È la sensazione di non essere al posto giusto in una precisa area della mia vita.
Di aver accettato un compromesso che non mi appartiene – e di saperlo. Di portarlo dentro, di notte soprattutto, quando il rumore smette e rimane solo quello.
Non mi fa dormire. Mi fa sentire un impostore.
E nonostante l’impegno – quello morale, quello autentico, non quello performativo – il flusso non si attiva. Rimango fermo con la mia buona intenzione in mano, come chi aspetta un treno su un binario sbagliato.
L’inadeguatezza come condizione, non come problema
La maggior parte dei coach ti direbbe di lavorarci su. Ti guiderebbero a sentirti sicuro, a trovare il tuo posto, a prendere le decisioni giuste con gli strumenti giusti. Esistono tecniche per questo. Esistono protocolli, esercizi, framework.
Io non te li do.
Non perché non li conosca. Ma perché non sarei onesto.
Io vivo l’inadeguatezza. La conosco dall’interno, non dai libri. E non sempre ho gli strumenti per risolverla.
Non sempre voglio averli.
La vivo, e credo sia giusto così.
Perché se non ci fosse – questa sensazione di non essere ancora dove dovresti essere – sarei felice. Ma di quella felicità piatta, orizzontale, che non va al nocciolo. Mi basterebbe mangiare, bere, dormire, e tutte le altre cose facili da fare.
Invece no. Qualcosa gratta. E quel grattare mi dice che sono vivo, che cerco, che non ho smesso.
La cosa che non faccio
La cosa che non faccio, la cosa che custodisco come un segreto a metà – non è qualcosa di oscuro o di irrisolvibile.
La cosa che non faccio è prendermi in giro.
È più difficile di quanto sembri. Anzi, è forse la disciplina più esigente che conosca. Perché il mondo è pieno di modi eleganti per farlo – le narrative consolatorie, le giustificazioni oggettive che rimandano, le spiegazioni che suonano bene e non costano nulla.
Io mi fermo prima. Non vado dove non posso ancora andare. O dove non voglio ancora andare. E quella distinzione – tra non posso e non voglio – la conosco. La sento nel corpo prima che nella testa.
Sapere dove non puoi o non vuoi ancora andare è una forma di consapevolezza profonda. Non ti prende in giro. Ti fa stare lì, con quello che sei. Adesso. In questo momento preciso della strada.
Il discernimento come arte dell’orientamento, non dell’arrivo
Il discernimento – questa parola antica, seria, un po’ ecclesiastica – è sempre stato per me qualcosa di sfuggente. Ho letto, studiato, praticato. E poi, un giorno, ho smesso di fingere di averlo capito.
Forse non ho ancora capito nulla del discernimento.
Ma comincio a sospettare che questa sia la sua forma più alta: non una bussola che indica il nord, ma la capacità di sapere da dove stai guardando. Non dove sei arrivato. Non quanta strada hai fatto. Solo questo: da dove guardi.
E se riesci a stare lì – nel punto esatto in cui sei, senza abbellirlo e senza fuggirlo – allora forse stai già discernendo.
Forse è proprio questo che significa non prendersi in giro.
Non una risposta. Una soglia.
Non ti chiedo di sentirti adeguato. Non ti chiedo di trovare il tuo posto, di attivare il flusso, di smettere di sentirti un impostore.
Ti chiedo solo questo:
riesci a stare con quello che sei, adesso?
Non domani. Non quando avrai risolto. Adesso.
Se la risposta è sì, sei già oltre il punto in cui credevi di essere bloccato. Se la risposta è no, allora almeno sai la verità.
E la verità – anche quella scomoda, anche quella che non fa dormire – è sempre un posto da cui si può partire.
