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Cambiami… oppure muorimi

Prendere in considerazione la morte aiuta a vivere da persone più libere

Fra la paura della morte e la paura di sporcarsi le mani con la vita.

L’idea della morte è un tabù.  Ho notato che quando si parla della morte le persone abbassano lo sguardo, stringono le labbra in una smorfia di contrita reverenza. Molti assumono un’espressione triste, di circostanza, altri sdrammatizzano superficialmente con lo scaramantico tocco genitale (gli uomini) o metallico (le donne, per ovvie ragioni). 

Tiziano Terzani scriveva:

la morte è un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa più gestirla. Nessuno sa più cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre più rara e uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro.

Io invece l’ho vista.

Io ho avuto l’onore di affrontarla indirettamente attraverso gli occhi di mio padre, quando è stato salvato e portato via dal dolore insopportabile causato dal tumore e lui mi ha salutato per l’ultima volta.  

L’ho ritrovata nell’ultima stretta di mano di mia madre quando se ne è andata con il corpo, mentre la mente l’aveva abbandonata dieci anni prima.

La morte è un fatto naturale, una condizione che qualifica la vita.  Ne eravamo più consapevoli ai tempi dei nostri nonni, quando le ore scorrevano lentamente seguendo i ritmi della natura, fra una semina e un raccolto. Nella quotidianità rimuoviamo questa idea per lasciare spazio agli impegni della giornata e, nei rari casi nei quali si presenta, non siamo mai abbastanza pronti a tenerle testa.

Non siamo capaci di affrontare la morte con il giusto amore per la vita.

Un giorno l’ho incontrata per strada mentre voleva portare con sé un’anziana signora investita da un camion. Alcune persone, strette intorno al corpo in fin di vita della vecchietta, chiacchieravano con atteggiamento di malcelata indifferenza sulla dinamica dell’incidente. Sembrava aspettassero il secondo tempo di una partita di calcio e osservavano l’anziana, sola, stesa sull’asfalto freddo, con una curiosità irritante e senza apparente compassione. Io mi sono avvicinato perché mi sembrava di poter fare qualcosa. Mi sono chinato, ho improvvisato una breve manovra per agevolarle la flebile respirazione ostacolata dal sangue e le ho tenuto la mano fino all’arrivo dell’ambulanza. Credo che in questi momenti sia importante, per noi appartenenti alla razza umana, aiutarci l’un l’altro. Non solo per sopravvivere, quando siamo in grado di farlo, ma anche a oltrepassare la soglia.

Quella volta schivai un altro incontro con la morte solo per un pelo. Mi piace pensare che anche Lei abbia voluto evitare di farsi vedere all’opera, forse per lasciare alla povera signora la possibilità di insegnarmi qualcosa d’inspiegabile con le parole. Il giorno dopo l’incidente lessi sul giornale che se ne era andata.

La realtà è che uno vive finché non muore. E la verità è che nessuno vuole la realtà. (Chuck Palahniuk)

Ignoriamo la morte, rimuovendola da ogni nostro pensiero solo per non assumerci la responsabilità di vivere pienamente. Cosi alcune persone tirano avanti morendo dentro senza neanche accorgersene.

È facilissimo essere immersi nella routine quotidiana, affannarsi e impegnarsi allo stremo delle proprie possibilità per poi accorgersi che la strada impervia che stavamo percorrendo da una settimana, un mese, un anno o una vita intera, andava nella direzione sbagliata. Cosa c’è di peggio di arrivare al capolinea accorgendosi di aver sprecato molto, molto del tempo che ci era stato concesso.

Una mia amica laureata in medicina, esperta di biologia totale e trainer di PNL, aveva un sogno: realizzare un ospedale dedicato ai malati terminali.  Un posto nel quale tutto fosse studiato per rendere più dolce il trapasso. I colori delle stanze, un particolare genere di musica in filodiffusione, la speciale preparazione psicologica ed emotiva del personale, tutto doveva essere studiato per eliminare la paura e mettere le persone in condizione di vivere nella maniera più serena possibile gli ultimi giorni di esperienza terrena. Ironia della sorte, lei non c’è più ed io non so se qualcuno l’abbia aiutata nel suo viaggio.

Educazione alla morte per sviluppare la propria leadership

Nella cultura contemporanea, non esiste un’adeguata educazione alla morte, né come fatto in se stesso né come epilogo di un percorso intimo e individuale al quale siamo sicuramente, alla fine, chiamati a partecipare.

Invece pensare alla morte ci potrebbe aiutare a vivere. Meditare sulla democratica livella finale ci rende più consapevoli circa la qualità del tempo e delle energie da dedicare alla vita.

Persino una delle 7 regole del successo (libro fra i più completi e consigliabili sul tema della leadership personale e interpersonale, nonostante il titolo) di Stephen Covey incita a incominciare – qualsiasi progetto- pensando alla fine.

Provare a morire per dare valore alla vita

Uno degli esercizi più potenti per sviluppare attitudine alla leadership l’ho sperimentato qualche anno fa durante un seminario nel quale celebrammo il funerale di ciascuno dei partecipanti, proprio sull’idea di Covey. Mi ricordo ancora le frasi sussurrate all’orecchio dai miei compagni di corso mentre, steso su un tavolo, il mio presunto corpo morto giaceva su una scrivania di un’ipotetica camera ardente. 

Le parole erano quelle che avevo preparato durante la lunga meditazione precedente. Erano le parole che avrei voluto sentire dai parenti e dagli amici, al mio funerale. E quel giorno le ascoltai con tutta la mia anima, visto che per finta ero passato nell’aldilà, assorbendo tutto quello che potevo sui miei comportamenti per poterli orientare ai risultati che volevo.

La morte andrebbe presa con la leggerezza dei Taffo, professionisti delle tumulazioni che hanno fatto dell’argomento del loro lavoro un ironico e geniale piano di social marketing e, nello stesso tempo, con la serietà di chi la considera un decisivo passaggio di stato, il portale verso un’altra ignota dimensione.

La vita scorre e non possiamo fare niente se non esprimere al meglio il nostro essere una molecola d’acqua dentro il fiume dell’universo. “Non ci sono momenti morti, ma ci sono morti addormentati nella vita” che scorre in ogni caso a prescindere da noi.

Non è necessario guadagnare un miglior sé, come cantano in coro gran parte dei coach e motivatori.

Dobbiamo solo conservare, proteggere e curare il sé di cui disponiamo, lasciandolo sbocciare per com’è, per come ci fa star bene. Coltivare, in precisi spazi della mente, l’idea consapevole e meditata di dover, prima o poi, morire ci aiuta a vivere meglio.

Fa molto male morire?

Non so rispondere a questa domanda e non conosco nessuno che sappia rispondere.

Tutti moriamo, morire è facile, ma vivere no! Vivere richiede impegno, richiede attenzione e dedizione.

La carta igienica la usiamo tutti (almeno qua in occidente) ma pochi sostituiscono il rotolo esaurito, quando non ne hanno bisogno.

Essere consapevoli della nostra inevitabile fine serve a godersi il momento di adesso, ci dona la soddisfazione di sentirci pronti alla vita come se ricaricassimo le batterie, come se girassimo la chiave di un giocattolo a molla, e ci rende più preparati ad affrontare la fine di qualsiasi cosa.

Se potete, abituatevi a cambiate sempre il rotolo esaurito, anche se non vi serve ora, anche se avete già fatto…

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Written by
Francesco Perticari

Francesco da vent’anni svolge attività di consulenza e management in aziende della fitness industry, esercita la sua passione di coach nel business e nello sport e, per puro divertimento, pratica Triathlon insieme ai suoi tre figli di 10, 12 e 14 anni.
Entradentro Blog è un progetto personale, una specie di posto in rete nel quale riordinare le idee e ispirarsi. Esiste dal 2009 ma muore almeno due volte per risorgere nel 2020 con nuovi intenti e nuove possibilità future.

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